
Non ricordo l’ultima volta che mi sono seduto davanti alla televisione e ho guardato Rai 1. Per chi, come me, è nato nei primi anni del XXI secolo, la televisione è oramai un pezzo da museo. Rai 1, figuriamoci. Siamo abituati a fruire dei più disparati contenuti provenienti da ogni parte del mondo, sulle più diverse piattaforme social e di streaming. Eppure, la scorsa notte è successo. Ebbene sì, mi sono seduto davanti alla televisione, prima coi miei nonni e poi con i miei genitori, tutti sintonizzati su Rai 1.
Ieri sera è andata in onda una replica del concerto commemorativo organizzato dalla televisione di Stato a settembre dello scorso anno, in ricordo di un artista che non ha assolutamente bisogno di presentazioni: Pino Daniele. Viene da chiedersi cosa diavolo stessi facendo a settembre per essermi perso questo momento straordinario. Il concerto – “Pino è…il Viaggio del Musicante” – in suo onore, tenutosi in una gremita Piazza Plebiscito, ha visto la partecipazione di molti artisti italiani, venuti a celebrare il repertorio musicale dell’artista partenopeo: da Giuliano dei Negramaro a Salmo, passando per artiste come Emma Marrone, Giorgia ed Elisa, e per artisti napoletani come Rocco Hunt, Clementino, Stash dei The Kolors, e altri due artisti che ancora non cito. A condurre, un’emozionata Fiorella Mannoia, con indosso una spilletta raffigurante la bandiera della Palestina, e il presentatore ed ex direttore del Festival di Sanremo, Carlo Conti.
Due momenti in particolare mi hanno colpito, legati tra loro da un filo conduttore che ho subito sentito dentro, e sono il motivo per cui scrivo quest’articolo.
Il primo: Enzo Avitabile, leggendario sassofonista e compositore napoletano, amico e storico collaboratore di Pino Daniele, che canta “Tutta n’ata storia“. L’energia e l’amore per la musica che Enzo ha portato sul palco mi hanno (s)travolto. Alla domanda “per te Pino è…”, posta da Carlo Conti a tutti gli artisti saliti sul palco ieri sera, Enzo Avitabile risponde che Pino è sostanzialmente l’antidoto contro la musica giocattolo di oggi, gli artisti giocattolo, e il sistema giocattolo che la governa. Così l’ha definita: musica giocattolo. In contrapposizione alla musica che faceva lui, insieme a Pino. Viscerale, dal cuore, che rappresentava ancora qualcosa, che non era fatta per mere esigenze di mercato, che era un’estensione della loro anima. “Tutta n’ata storia” parla di America, un’America dove Pino non vuole andare, perché l’America, quella della ricerca della felicità, però, non quella delle armi e delle aziende Big Tech, la vuole fare dove sono impiantate le sue radici, a Napoli.
Non so bene perché, ma sono rimasto stregato dal ritmo di questa canzone, dal modo in cui Enzo Avitabile l’ha cantata sul palco, come un vero maestro di cerimonie per come incita e coinvolge il pubblico: prima in napoletano, “Uagliu, aizateve ngopp’ o’ groove!”, e poi in italiano, “non si accettano disertori stasera”. Tutto ciò, comprese le sue parole forti, pronunciate prima di cantare e di rendere omaggio a Pino, contro il mondo della discografia attuale, ma piene d’amore per la musica, mi riconduce al rap, il genere che amo e con cui sono cresciuto. Perché anche nel rap, per come lo intendo io, non si accettano disertori.
Ed è questo il filo conduttore che mi porta direttamente al secondo momento di questo concerto che mi è rimasto più impresso: vedere e ascoltare l’intera Piazza Plebiscito cantare “Napule È“, con l’entrata di Geolier che va a toccare con eleganza e rispetto una canzone immortale, aggiungendo delle barre rap che descrivono e celebrano la sua città, Napoli. Un passaggio di testimone? Come Pino ha preso dall’america quelle sonorità blues e jazz che caratterizzano la sua musica, così Geolier ha fatto suo un genere proveniente dall’altra parte dell’oceano per raccontare e rappresentare la realtà attorno a lui. Due mondi si incontrano, generazioni e generi diversi si connettono, attraverso la forza e l’immortalità della musica. Geolier sale sul palco e, forse per un complesso di inferiorità interiorizzato dai rapper nei confronti del resto della scena musicale “istituzionale” italiana, o più semplicemente per un rispetto sconfinato per la figura di Pino Daniele, ammette con umiltà, dopo aver cantato, di sentirsi un po’ fuori luogo in quel contesto. Per questo, dice, ha scelto di rappare in mezzo al pubblico, perché al cospetto dell’arte di Pino siamo tutti semplici spettatori.
Quindi, come ho anticipato, davanti alla televisione, per assistere a questo concerto, c’erano tre generazioni diverse della mia famiglia: i miei nonni, i miei genitori ed io (mia sorella si è addormentata prima, forse è ancora piccola per apprezzare queste cose). È stata un’esperienza a dir poco emozionante. Ovviamente il repertorio discografico di Pino Daniele parla da sé. Forse non ci sarebbe stato nemmeno il bisogno di scrivere questo articolo. Però credo che ieri sera sia successo qualcosa di magico, almeno nel mio cuore: tre generazioni diverse si sono sedute allo stesso tavolo, hanno messo da parte tutte le loro differenze e si è generato un luogo altro rispetto al consueto andamento spazio-temporale.
Mia nonna che ha ricordato la prima volta che ha ascoltato e visto Pino Daniele suonare e cantare “‘Na Tazzulella ‘E Cafè” al Festival Bar, davanti a un grande prato verde, o forse la televisione era ancora in bianco e nero, chissà, non importa. Gli occhi lucidi di mia madre mentre ascolta “Qualcosa arriverà“, interpretata da Elodie. E io che muovo la testa avanti e indietro, con tutto il corpo che vibra mentre Enzo Avitabile canta “Tutta n’ata storia“. Sono cose che non si possono spiegare a parole.
Insomma, la musica di Pino ha connesso tre generazioni diverse, che per un momento hanno parlato esattamente la stessa lingua. Sia figurativamente che letteralmente, perché ieri sera il napoletano si è fatto lingua internazionale, non più l’inglese di quell’America dove Pino non vuole andare, come canta in “Tutta n’ata storia“. Non ho idea se questo sia successo anche in altre case in Italia. D’altra parte, chi accende più la televisione e si sintonizza su Rai 1? Sicuramente è avvenuto in Piazza Plebiscito, oltre che a casa mia. Una replica che viene trasmessa in televisione il giorno dopo che, neanche a farlo apposta, allo stadio Diego Armando Maradona si è tenuto il concerto di Liberato, misterioso cantautore partenopeo e icona contemporanea di Napoli. Ancora una volta, passato presente e futuro che si fondono in una celebrazione di Napoli, della sua musica, e della sua identità. Ieri sera, generazioni diverse si sono unite e sono diventate una cosa sola, riconoscendosi attraverso la musica.
D’altronde, come Pino ci ricorda nella canzone dell’ultimo album di Geolier, tutto è possibile.
